Il vento scendeva dalle creste con un suono lungo e sottile, come un respiro antico che attraversava le montagne. Aeryn conosceva quel suono da sempre. Nelle notti d’inverno entrava tra le pietre della capanna, faceva tremare le pelli tese sulle travi e spegneva il fuoco se non lo si proteggeva bene. Quando era bambina aveva paura di quel rumore. Ora lo trovava quasi rassicurante. Era il suono della montagna viva.
Seduta accanto al fuoco, con le mani sporche di grasso e sangue di cervo, Aeryn si ritrovò a pensare ancora una volta a Theron.
Theron non era stato un uomo come quelli del villaggio. I boscaioli puzzavano di resina, sudore e birra. I cacciatori portavano cicatrici e parlavano poco. Theron invece aveva sempre avuto l’odore della carta, della polvere antica e di certe erbe che bruciavano lentamente nei bracieri durante le sue ricerche.
Era stato lui a trovarla.
Non in un villaggio.
Non tra le rovine di una casa.
Ma in una sala sotterranea molto più antica delle città che oggi dominavano il continente.
Quando Aeryn era piccola lui le raccontava spesso quella storia. Non sempre allo stesso modo. A volte rideva mentre la raccontava, altre volte diventava improvvisamente serio e taceva per lunghi momenti prima di continuare. Col tempo Aeryn aveva capito che alcune parti non le diceva.
Theron era un archeologo di magia antica. Studiava i resti delle civiltà che esistevano prima del grande Cataclisma. Quattro secoli prima, secondo gli annali conservati alla Rocca Centrale, il mondo aveva subito una frattura. Le cronache parlavano di cieli spezzati, terremoti che avevano inghiottito intere città e di una tempesta di energia arcana che aveva attraversato il continente da nord a sud. Alcuni studiosi sostenevano che il Cataclisma fosse stato provocato da un rituale fallito. Altri parlavano di una guerra tra maghi tanto potente da rompere le fondamenta della realtà. Nessuno era mai riuscito a dimostrare quale versione fosse quella vera.
Ciò che tutti sapevano, però, era che dopo il Cataclisma il mondo non era più stato lo stesso.
Nuove creature erano apparse nelle regioni più remote.
Antiche bestie che nei racconti precedenti esistevano solo nei miti avevano iniziato a essere avvistate davvero.
Tra queste creature c’erano i draghi.
Theron aveva dedicato gran parte della sua vita a studiare le tracce di quel cambiamento. Viaggiava tra rovine dimenticate, biblioteche distrutte e templi sepolti sotto la neve. Era durante una di quelle spedizioni, tra le montagne più settentrionali, che aveva trovato la sala.
Secondo il suo racconto l’ingresso era nascosto sotto una frana di pietre vecchie e radici morte. Aveva impiegato due giorni interi per liberarlo abbastanza da infilarsi dentro. La galleria scendeva nel buio e l’aria odorava di cenere fredda. Sulle pareti c’erano incisioni che Theron non aveva mai visto prima, rune più antiche di qualunque lingua registrata negli archivi della Rocca.
Alla fine del corridoio aveva trovato la sala.
E al centro della sala c’era l’uovo.
Non era grande come quelli degli uccelli che Aeryn vedeva nei nidi sugli abeti. Era grande quanto una testa umana, coperto da scaglie dure color ametista, attraversate da sottili venature rosse che sembravano bruciare di luce propria. Quando Theron lo aveva toccato aveva sentito calore sotto la superficie. Non il calore di un oggetto riscaldato dal sole, ma qualcosa di vivo.
Aveva deciso di portarlo con sé.
Non sapeva perché.
Forse per studio.
Forse per curiosità.
Forse perché una parte di lui aveva capito che quell’uovo non doveva restare sepolto in un luogo morto.
Il viaggio di ritorno era durato settimane. Theron aveva costruito una cassa imbottita di pelli e muschio per proteggerlo e aveva continuato a controllarlo ogni notte. All’inizio l’uovo non cambiava mai. Poi, poco prima di raggiungere la valle dove si sarebbe stabilito, le venature rosse avevano iniziato a pulsare.
Tre giorni dopo si era schiuso.
Non ne uscì un drago.
Ne uscì una bambina.
Theron diceva sempre che in quel momento aveva riso così forte da spaventare i cavalli. Non aveva mai visto nulla di simile nei testi che aveva studiato. Sapeva che i draghi esistevano. Sapeva che alcuni erano stati avvistati dopo il Cataclisma. Ma nessuna cronaca parlava di una creatura nata da un uovo di drago con forma umana.
La bambina aveva la pelle calda, gli occhi dorati e una massa di capelli rossi che sembravano fiamme sottili.
Fu allora che Theron le diede il nome. Aeryn.
Nella lingua più antica che conosceva, quella che studiava nei frammenti di testi sopravvissuti al Cataclisma, AER indicava il fuoco vivo. YN indicava il cielo o la nuvola. Insieme formavano un’espressione poetica usata in alcune iscrizioni per descrivere il colore del cielo all’alba dopo una tempesta di neve.
Nuvola di fuoco.
Secondo Theron era il nome perfetto.
Per anni l’aveva cresciuta in quella stessa valle dove ora Aeryn viveva sola. Le aveva insegnato a leggere le rune più semplici, a riconoscere le erbe, a cacciare quando necessario e a nascondersi quando arrivavano stranieri. Più di tutto le aveva insegnato una cosa: il mondo degli uomini aveva paura di ciò che non capiva.
“Un giorno,” le aveva detto una sera mentre il fuoco illuminava le pareti della capanna, “qualcuno scoprirà cosa sei. Alcuni cercheranno di usarti. Altri cercheranno di ucciderti. Quando quel giorno arriverà dovrai decidere tu chi vuoi essere.”
Aeryn non aveva capito completamente quelle parole allora.
Le capiva molto meglio adesso.